TUTTO QUESTO PANICO PER I DAZI DI TRUMP COSA COPRE ?

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Trump ha annunciato che le tariffe universali del 10% su tutte le importazioni di merci negli Stati Uniti entreranno in vigore il 5 aprile 2025, in un momento chiave per il commercio globale. Alcuni paesi saranno colpiti da tariffe più elevate basate sui deficit commerciali degli Stati Uniti, fino al 50%, a partire dal 9 aprile. Per quanto riguarda il Regno Unito, Trump afferma che il avrà una tariffa del 10% sulle merci, ma quella dell’UE sarà del 20%. Ciò andrà a vantaggio del Regno Unito per la probabile triangolazione delle merci spedite dalla EU al Regno Unito e poi inviate negli Stati Uniti per aggirare le tariffe. Il precedente storico, che non ha portato fortuna, è quello dello Smoot-Hawley Tariff Act, formalmente noto come Tariff Act del 1930, firmato dal presidente Herbert Hoover il 17 giugno 1930. Questa legge protezionistica aumentò fortemente le tariffe statunitensi su oltre 20.000 merci importate, con l’obiettivo di proteggere le industrie americane durante la Grande Depressione. Il risultato fu che esacerbò le tensioni economiche globali, inducendo altre nazioni a imporre tariffe di ritorsione, riducendo ulteriormente il commercio internazionale. L’atto è spesso citato come un fattore fondamentale nella gravità della crisi economica mondiale degli anni 1930. Considerando che la crisi del 1929/30 venne innescata anche dal default dei Debiti Sovrani in Europa e Canada, con una successiva fuga dei capitali europei negli USA;  questo flusso di capitali causò la rivalutazione enorme del Dollaro, il che provocò la caduta dei prezzi di borsa di Wall Street, per il bilanciamento del valore  maggiore del dollaro con i parametri tecnici della quotazione delle azioni;  ma gli americani presi dal panico, iniziarono a vendere tutte le posizioni azionarie, e esplose la crisi. Al di là di questo riferimento di storia economica, che forse potrebbe ripetersi speriamo solo in forma diversa, ritorniamo ad oggi, a Trump ad alle sue motivazioni.

Come è noto, a Marrakech nell’aprile 1994 fu stipulato il Trattato WTO – World Trade Organization, il disegno di una nuova, libera mercantile geopolitica mondiale; nel 2001 la Cina diventò membro del WTO e iniziò la sua ascesa come fabbrica e manifattura mondiale, forte della politica monetaria espansiva della Banca Centrale della Cina (250% del Debito sul PIL), del reverse engineering dei prodotti occidentali per produrne uguali o migliori e dal costo del lavoro inferiore. Nell’ambito del WTO, i vari Paesi si proteggevano comunque con dazi all’importazione e esportavano prodotti e beni ovunque possibile. Gli USA avevano tariffe all’importazione minime o nulle, quindi assorbivano prodotti da tutto il mondo, forti del più grande mercato interno di consumatori, dove tutto e da tutto il mondo, veniva comprato. Naturalmente, con l’accordo NAFTA, le imprese USA, specie quelle dell’auto, hanno de localizzato le produzioni in Messico e Canada per usufruire di costi del lavoro inferiori, rendendo le aree tradizionali produttive dell’Illinois un deserto industriale. La situazione era che vari economisti consideravano gli USA come “Compratore mondiale di ultima Istanza“. Dopo 20 anni, gli USA si sono accorti del continuo enorme passivo annuale della bilancia commerciale, il che significa trilioni di dollari cumulati, anno dopo anno, andati all’estero. Dal punto di vista geopolitico, l’essere un “Compratore di ultima Istanza” e inondare di dollari il mondo, ha creato la posizione di egemone mondiale degli USA, più che le portaerei della US Navy, a scapito di un deficit e debito pubblico enorme. Con le nuove tariffe, gli Usa sembrano voler dire agli altri Paesi: “si, noi ci siamo sempre, ma come primi inter pares”. È un discorso geopolitico in evoluzione.

 

Cerchiamo di dare ora una spiegazione alla politica di Trump, che gli europei non riescono a capire. La visione economica della amministrazione Trump è impostata sui concetti di Reagan e le tariffe o dazi sono concepite come “tasse indirette“ sulle importazioni. Il concetto fiscale è quello di aumentare le tasse indirette, sui consumi, compresa la sales tax e ridurre le tasse dirette sul reddito ai cittadini e alle imprese. Si vocifera di un programma per chi guadagna meno di 5.000$ al mese, cioè 60.000 $/anno, che sarà esentato dalla dichiarazione dei redditi alla IRS. È un concetto risalente all’America di prima del 1913, anno della prima adozione dell’imposta diretta sui redditi. Allora tutto il gettito fiscale federale proveniva da tariffe sui consumi e dazi, anche dagli scambi fra gli Stati ma non vi erano tasse sui redditi. Un altro programma fiscale di Trump è di ridurre la imposta federale sulle Imprese (analoga alla nostra IRES), attualmente a circa il 22% e questo indurrebbe le Aziende di tutto il mondo a aprire impianti e spostare la residenza fiscale negli USA. In quanto alla UE, Trump sostiene che i dazi europei applicati sui prodotti americani siano del 39% e allora applica, come bilanciamento, solo il 20%. In realtà i dazi di importazione in UE da USA sono solo il 10%, ai quali si aggiunge l’IVA ai beni di importazione, variabile a seconda del Paese, dal 17 al 25%. Quindi Trump calcola il valore medio del 39%, che è la tassa pagata dal consumatore. Da notare che gli americani considerano l’IVA (o la TVA) come una tassa di impostazione social-marxista, perché si applica sui vari stadi della produzione, ogni azienda ha una IVA a credito sugli acquisti e una IVA a debito sulle vendite e paga solo la differenza. Quindi la considerano una tassa diretta, perché è tassato il plusvalore del processo produttivo. Poi, alla fine, il cliente finale paga il prezzo del prodotto finito + l’IVA, che però in gran parte è il “rimborso“ dell’IVA a credito pagata dalle imprese. Per gli Americani è una tassa di tipo marxista, per loro inaccettabile; considerano più adatta la sales Tax – dal 9 al 13% – che il consumatore paga con l’acquisto del prodotto finale ed è tutto più semplice.

Gli europei per avere una visione completa, dovrebbero anche valutare il cambio Dollaro/Euro. Oggi l’euro vale 1,07 sul dollaro, con il 20% in più è come se valesse 1,27 circa. Negli anni passati l’euro ha raggiunto picchi di 1,6 sul dollaro e per anni è stato attorno 1,25-1,30. E anche in quegli anni l’Europa esportava molto negli USA. Un geoeconomista direbbe che è come avere due dollari diversi: uno per i prodotti finanziari che vale sempre il cambio ufficiale della FED, mentre per l’import è un tasso di cambio diverso, maggiore. Si chiama tecnicamente Two-Tier Monetary System e gli Usa ne avevano esperienza nel 1800, vi era un dollaro d’argento da 1 oncia per gli scambi internazionali, e uno che pesava meno per l’interno. Sperando che gli Europei non si facciano prendere dal panico delle rappresaglie e aspettino con calma l’evoluzione della situazione.

A ben vedere, oltre a tutto questo circo, è vergognoso che multinazionali USA, come Amazon e Apple, con sede in Irlanda, nella UE, non paghino un minimo di tasse, perché utilizzano la tecnica dell’Irish Sandwich… Qui non c’entra Trump, ma la UE, ma questo è un altro ragionamento.

 

Fabrizio Gonni, laurea in Ingegneria, MBA Economia Aziendale.

Componente ISPG – Istituto Studi Politici Giorgio Galli

mail: gonni@istitutostudipolitici.it

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